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Lorenzo...mio nipote...befanino 2005 1 anno

“I cercatori di comunione
con Dio e con gli uomini
sono immessi subito in questa tensione:
lotta e contemplazione.
Due atteggiamenti che sembravano
un tempo opposti e rivali
E che oggi si rivelano al cuore
l’uno dell’altro.
Lotta,
in noi stessi,
per liberarci da tutte le prigioni interiori
e dal bisogno di imprigionare gli altri,
e lotta con l’uomo povero
perché la sua voce possa farsi sentire
e siano spezzate le oppressioni.
Contemplazione,
per lasciare che a poco a poco
si trasformi il nostro sguardo
fino a posare sugli uomini e sull’universo
lo sguardo del Cristo stesso”
(frère Roger)


               (frerè Roger)


ALL'AMORE...

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene. 
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.


Questo blog è contro la guerra
senza se e senza ma!
=============================

Amare, non significa convertire,
 ma per prima cosa ascoltare,
scoprire questo uomo,
questa donna,
 che appartengano a una civiltà
e ad una religione diversa.
L'amore consiste non nel sentire
che si ama, ma nel voler amare;
quando si vuol amare, si ama;
quando si vuol amare sopra ogni cosa,
si ama sopra ogni cosa"

(Charles de Foucauld)


 
"...state molto attenti
a far piangere una DONNA,
che poi  Dio conta le sue lacrime!
La donna è uscita dalla costola dell'uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa per essere superiore,
ma dal fianco per essere  uguale.....
un po' più in basso del braccio per essere
 protetta  e dal lato del cuore
per essere AMATA Cosa succede in città...

Dopo le elezioni...
solo spartizioni...
nessuno parla...

Il PD...sta nascendo...
a Latina...nessun fermento!


"Per alcuni le parole sono strumenti
per rappresentare cose,
per comunicare pensieri e sensazioni.
Per altri sono strumenti autoreferenziali
che servono ad alimentare altre parole."
(detta da un politico di Latina)


Avvenimenti a Latina...

********************************
UN ACQUISTO NELLA BOTTEGA
E' UN CONTRIBUTO
ECONOMICO E CULTURALE
INSIEME!!
sostieni l'alternativa...
regala equo e solidale
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Via Saffi, 44 - Latina



°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Invito alla lettura


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(profetico)


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12 marzo 2010

Il fondamento della democrazia e della libertà

di FULVIA BANDOLI: Mio nonno era un comunista con qualche venatura anarchica, una persona che ho amato moltissimo e dal quale ho imparato a vivere. Il giorno delle elezioni si alzava prima, si vestiva elegante ( come si poteva essere eleganti in una famiglia di braccianti romagnoli), si metteva il nastro nero (quello che gli anarchici portavano al posto della cravatta) e si buttava sulle spalle la pesante mantella di panno se era inverno. Diceva che voleva essere il primo a votare, che poi non si sa mai cosa può succedere nella vita. Mio nonno non avrebbe mai fatto tardi al voto in tutta la sua vita.
Nell’anno delle prime elezioni libere in Sud africa ( l’anno dopo la liberazione di Nelson Mandela) ho avuto il privilegio di fare l’osservatrice dell’Onu e di partecipare a quel grande evento che durò più di una settimana, con milioni di persone che votarono per la prima volta e che per farlo fecero file interminabili.
In un villaggio sperduto una vecchia contadina arrivò a piedi al seggio la sera prima ( veniva da parecchio lontano) con un cesto sulla testa con le cose che le potevano servire per la notte e qualcosa da mangiare. La mattina si mise in fila e finalmente dopo sette ore riuscì a votare. Io ebbi l’onore di accompagnarla dentro la cabina perchè era analfabeta e noi osservatori in modo imparziale dovevamo spiegare le modalità di voto. Le chiesi se sapeva per chi votare e lei mi disse che lo sapeva. Le chiesi di dirmi il nome e di indicarmi sulla scheda la foto ( c’erano le foto dei candidati presidenti proprio per chi non sapeva leggere) e lei sussurando mi disse il nome di Mandela e lo indicò sulla scheda. Io a quel punto, essendo chiara la volontà dell’elettrice, votai per lei con una croce sul simbolo vicino alla foto. Il più bel voto che ho dato nella mia vita. Poi le consegnai la scheda piegata e lei, con una fierezza che non so descrivere e le lacrime agli occhi, depositò il suo voto nell’urna. Poi uscimmo.
Siccome era tra le più anziane donne ad aver votato e in tanti l’avevano vista arrrivare, bivaccare la notte e fare quella lunga fila, una televisione americana la volle intervistare. Le chiesero come mai avesse fatto un viaggio così lungo e tante ore di fila così anziana com’era…e lei semplicemente rispose ” sono settant’anni che aspetto di votare, cosa volete che siano un giorno di cammino e sette ore di fila al confronto?”.
E’ da ieri che mi frullano in testa questi due episodi. Se quelli del Popolo delle Libertà conoscessero i principi che animavano mio nonno o quella vecchia contadina non sarebbero arrivati tardi a consegnare le liste e non avrebbbero mai pasticciato con firme non vere.


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permalink | inviato da lottaecontemplazione il 12/3/2010 alle 19:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

1 febbraio 2010

Elezioni Regionale... scende in campo il Card. Sottile


35411. ROMA-ADISTA. “Non c’entra nulla la politica, è stata una visita personale”: così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi subito dopo l’incontro con il card. Camillo Ruini, l’ex presidente della Cei che vanta ancora un grande ascendente sul mondo politico. Berlusconi - che è stato ricevuto lo scorso 20 gennaio al Seminario romano minore, dove risiede il “cardinal sottile” - era accompagnato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, “gentiluomo di Sua Santità” e grande tessitore dei rapporti fra centrodestra e gerarchia cattolica.

L’incontro è stato definito “privato”, ma il fatto che sia avvenuto poche ore prima dell’ufficio di presidenza del Pdl dedicato al nodo Udc (dopo le voci che si erano susseguite sulla possibile rottura dell’accordo fra il partito di Casini e la candidata del centrodestra nel Lazio Renata Polverini) genera più di un sospetto. Soprattutto considerando che la partita del Lazio riveste per il cardinale un’importanza strategica fondamentale, a maggior ragione dopo la discesa in campo di Emma Bonino per la coalizione di centrosinistra.

In gioco non ci sono soltanto i tanto sbandierati “valori cattolici” messi a repentaglio dalla possibile vittoria della “paladina degli abortisti italiani”, come la stampa di destra ama definire la Bonino. La presidenza della Regione gestisce infatti ingenti risorse sulle quali è massima l’attenzione del mondo cattolico, il cui “indotto economico” ha numerosi interessi nel campo sanitario e scolastico che potrebbero risultare lesi.

La questione della “roba”, del resto, non era affatto estranea ai poderosi attacchi che la stampa del gruppo Angelucci – holding della sanità privata con strutture accreditate presso il Ssn per migliaia di posti letto ed editore di Libero e del Riformista – ha rivolto alla giunta Marrazzo dopo il piano di rientro della spesa sanitaria che è costato circa 30 milioni di euro alla Tonivest, azienda attiva soprattutto nel settore sanitario, con rilevanti interessi nella Regione Lazio e facente capo anch’essa alla famiglia Angelucci. Lo stesso copione - una campagna d’attacco violentissima, questa volta a carattere “preventivo” - si è ripetuto con la Bonino, “l’abortista fai da te che vuole fare il presidente”, alla cui “vera storia” il quotidiano Libero diretto da Maurizio Belpietro ha dedicato intere paginate, con tanto di foto mentre l’allora giovane militante radicale “pratica un aborto clandestino”.

Dopo l’incontro fra Berlusconi e Ruini, i dissidi fra Pdl e Udc nel Lazio sono rientrati, tanto che lo scorso 24 gennaio Pier Ferdinado Casini ha voluto incontrare pubblicante Renata Polverini per “porre fine alle polemiche di questi giorni” e certificare ufficialmente il leale appoggio del suo partito alla candidata del centrodestra.

La linea pro-Polverini – e, soprattutto, anti-Bonino – ha trovato una sponda importante anche nel quotidiano della Cei Avvenire, che lo scorso 20 gennaio ha pubblicato un editoriale a firma di Domenico Delle Foglie dai toni durissimi nei confronti della candidata radicale, la cui scelta viene definita “uno schiaffo alla comunità cristiana”. “Purtroppo”, ha scritto l’editorialista di Avvenire, “tutti i giri di parole e i mi­nuetti della politica, in questo caso, sono az­zerati dalla nuda realtà: l’alfiere dell’aborto e dell’eutanasia oltre che della liberalizzazione delle droghe e della fecondazione artificiale, u­na testimone di militante inimicizia nei con­fronti della visione cristiana dell’uomo e del mondo, dovrebbe rappresentare gli interessi di tutti i cittadini laziali, credenti compresi. Chi può credere, in buona fede, a una simile bufa­la che contraddice ormai quarant’anni di 'bat­taglie' contro la cultura della vita e a favore del disordine sessuale in ogni sua manifestazio­ne? Per non parlare del pregiudizio antireli­gioso e anticattolico, sbandierato senza remo­ra alcuna, in tutte le sedi istituzionali”. “È vero”, ha aggiunto Delle Foglie, “che vari esponenti del cattolicesimo de­mocratico, disciplinatamente schierati nel Pd, hanno già digerito la candidatura e ritengono che altrettanto farà l’elettorato. Ma forse co­storo hanno sottovalutato la forza dello schiaffo dato alle comunità cristiane e ai singoli cre­denti, non hanno calcolato le potenziali con­seguenze della loro arrendevolezza sul piano legislativo regionale e infine si sono illusi di po­ter dettare agenda e comportamenti a Emma Bonino. Non riconoscendone il profilo indi­scutibile di fiera e cocciuta lobbista del laici­smo. Davvero un brutto pasticcio politico. An­zi, bruttissimo”.

 

Farinella contro Ruini

Dopo l’incontro fra il card. Ruini e Silvio Berlusconi, don Paolo Farinella ha scritto una “lettera aperta” all’ex presidente della Cei: “Ricevendo Berlusconi”, ha scritto il prete genovese, “e per giunta come ospite in intimità conviviale a casa sua, senza dire una parola su ciò che è avvenuto in questo anno (per non parlare degli ultimi 15 anni), lei ha avallato lo scardinamento costituzionale, istituzionale e lo sfacelo etico di cui l’ospite è stato e continua ad essere protagonista responsabile. Quel giorno per buon peso, Berlusconi era reduce fresco fresco da un attacco micidiale alla Magistratura con parole omicide: ‘Il tribunale è un plotone di esecuzione’. Lei ha così avallato e approvato il suo comportamento immorale e indecoroso, benedicendo l’inverecondia e assolvendo l’insolvibile, diventandone complice ‘in solido’, perché come insegna il diritto, che la saggezza popolare traduce pittorescamente, ‘è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco’”.

Ma don Farinella non tralascia nemmeno la questione relativa alla corsa per la presidenza della RegioneLazio: “La paura fa novanta, signor cardinale, e lei da ‘vero animale politico’ ha fiutato che la ‘Emmaccia’ potrebbe farcela agevolmente e se arriva, potrebbe mettere ordine nella sanità e nella scuola laziale, due feudi della malavita ‘cattolica’ laziale. Horribili dictu! Pur di contrastare, con ogni mezzo la sua candidatura, lecita e rispettabile in una democrazia compiuta, lei preferisce la deriva morale, lo sconquasso della Costituzione, la distruzione della Democrazia, l’annientamento dello Stato, alleandosi con un potente degenere che ha portato la corruzione e il malaffare al rango della politica e della presidenza del consiglio”. “Lei”, aggiunge ancora don Farinella sempre rivolgendosi a Ruini, “non ha autorità per intervenire in questioni che il Codice vieta ai preti come le alleanze partitiche, le elezioni, le candidature perché è una manomissione della democrazia del Paese Italia, vincolante anche in forza di un concordato che pone paletti alle interferenze e offre garanzie e lauti sussidi. Su queste materie poi lei né la Cei, né tantomeno il Vaticano, Stato estero, potete parlare in nome del mondo cattolico. Lei sa bene che sono questi comportamenti che allontano ancora di più i non credenti, mentre i credenti si avvicinano a passo svelto all’uscio d’uscita della Chiesa”. (e. c.)


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18 ottobre 2009

Biglietto di sola andata




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1 settembre 2009

Nucleare, divulgazione scientifica ed emotività: un’analisi

articolo di Sergio Zabot

Parlando a Milano, durante il primo appuntamento dei “Dialoghi sull’energia”, organizzati da A2A alla Casa dell’energia, Chicco Testa ha lamentato la carenza di professionisti dell’informazione sui temi energetici, con particolare riguardo al nucleare, cosa che ostacola i dibattiti pubblici razionali e generalizzati. Fin qui nulla di strano; la tesi è condivisibile e si può discuterne. Ma poi Testa si è spinto oltre e ha enfatizzato la necessità di far leva su una emotività favorevole al nucleare che sfrutti le paure dei cambiamenti climatici e della sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Come chiedere ai giornalisti di ingannare i lettori perché il fine giustifica i mezzi…

Agli ambientalisti Testa imputa la contraddizione di opporsi a una fonte di energia elettrica in grandi quantità che non genera CO2, e al mondo politico e al pubblico in genere, invece, la contraddizione di vincolare la sopravvivenza del sistema produttivo e dello stile di vita italiano a personaggi inaffidabili come il leader libico Gheddafi e a situazioni non controllabili direttamente come il rapporto Russia-Ucraina.

Ebbene, il nostro umanista hegeliano ignora, o meglio nasconde il fatto che per produrre le 40 tonnellate l’anno di uranio che servono per alimentare un reattore Epr da 1.600 megawatt, come quelli che si vorrebbero costruire in Italia, occorre partire da qualcosa come 8 milioni di tonnellate di roccia, equivalenti alla piramide di Cheope, che vanno prima estratte, macinate, poi diluite con 1,4 milioni di metri cubi di acqua e 22mila tonnellate di acido solforico, per ottenere alla fine 350 tonnellate di yellowcake, un ossido che contiene lo 0,7% di uranio fissile, più l’equivalente, appunto, di una piramide di Cheope all’anno di scarti.

Poi quest’uranio va arricchito per incrementare la parte fissile, cioè l’uranio 235, almeno al 3,5%. L’arricchimento avviene per centrifugazione trasformando l’uranio in gas, l’esafluoruro di uranio. Per fare questo servono 370 tonnellate di fluoro, gas molto leggero, altamente volatile e che alla fine del processo è altamente radioattivo, impossibile da smaltire e che comporta una gestione molto onerosa.

Finalmente si ottengono 40 tonnellate di uranio combustibile in forma di biossido di uranio, oltre che 250 tonnellate di uranio impoverito, che poi tanto povero non è, dato che contiene ancora lo 0,3% di uranio fissile, quindi radioattivo.

In conclusione, per far funzionare un reattore Epr per un anno si consuma energia pari a 190mila tonnellate di petrolio con l’immissione in atmosfera di 670mila tonnellate di CO2.

Poca cosa, dato che ciò corrisponde a soli 56grammi di CO2 per ogni chilowattora che verrà prodotto. Se però consideriamo che la costruzione della centrale è responsabile dell’emissione di altri 12grammi di CO2  al chilowattora e che la gestione delle scorie comporta un “debito” stimato tra i 30 e i 65grammi di CO2 per chilowattora, arriviamo a una cifra che oscilla tra i 96 e i 134grammi di CO2 per ogni chilowattora che sarà prodotto dalla centrale atomica, circa un terzo delle emissioni di un ciclo combinato a gas.

Ma la pacchia dura fino a che dura la disponibilità di minerale con concentrazioni di uranio piuttosto elevate. Man mano che la purezza del minerale di uranio diminuirà, ci vorrà più energia fossile per estrarre l’uranio e le emissioni di CO2 arriveranno inevitabilmente a eguagliare le emissioni di una centrale a gas.

Per quanto riguarda la paure della sicurezza dell’approvvigionamento energetico, questa è una delle più forti pressioni ideologiche e mediatiche operate per convincere gli italiani della necessità dell’energia nucleare: il petrolio proviene in prevalenza dai paesi arabi, il gas dalla Russia di Putin e dalla Libia di Gheddafi, tutti paesi politicamente inaffidabili, per non parlare del Venezuela di Chavez e della Bolivia di Morales che nazionalizzano le industrie del petrolio e del gas.

Ebbene, pochi sanno che su un fabbisogno mondiale annuo di circa 70mila tonnellate di uranio, solo 20mila tonnellate, pari al 28%, provengono da paesi cosiddetti “stabili”, quali Australia, Canada, Usa. Altre 20mila tonnellate arrivano da Kazakhstan, Russia, Niger, Namibia e Uzbekistan, Paesi non particolarmente “stabili”. Infine, 30mila tonnellate necessarie a equilibrare il fabbisogno dei reattori nucleari provengono dagli arsenali militari russi in smantellamento. Ora, caro Chicco, perché Putin dovrebbe essere inaffidabile quando ci vende il gas e diventare affidabile quando ci fornisce l’Uranio?

Un altro cavallo di battaglia dei fautori del nucleare, è che in Francia l’energia elettrica costa meno perché ha il nucleare. Di fatto le condizioni che hanno portato la Francia a diventare una potenza nucleare sono frutto dell’azione politica del generale De Gaulle per creare, in piena guerra fredda, un polo nucleare europeo a guida francese.

Il nucleare civile francese è nato in simbiosi con il nucleare militare, per ripartire gli enormi costi per produrre l’uranio e soprattutto per arricchirlo al cosiddetto “weapon grade”. Lo sforzo civile e militare francese è stato imponente e la maggior parte dei costi, dalla ricerca e sviluppo fino al trattamento del combustibile esausto non sono mai entrati nel costo dei chilowattora che i cittadini pagano in tariffa, ma sono nascosti nelle tasse che pure i francesi pagano. Non dimentichiamo che EdF, la società elettrica che gestisce le centrali nucleari è statale e che anche gli arsenali militari e gli impianti di arricchimento e di ritrattamento dell’uranio sono statali.

L’esperienza francese è irripetibile, soprattutto in un mercato liberalizzato dove i costi devono essere trasparenti e le attività industriali devono competere sul mercato. D’altra parte basta leggersi i rapporti della Corte dei Conti francese per rendersi conto delle gravi omissioni e dell’assoluta mancanza di trasparenza riscontrata nel settore nucleare e in particolare nel “decommissioning”, stigmatizzati regolarmente dai giudici francesi nei loro rapporti.

In un articolo pubblicato sul Quotidiano Energia il 4 giugno, Pippo Ranci, ex presidente dell’Autorità dell’energia, sostiene che la Francia mantiene tariffe amministrate per tutti i piccoli utenti, domestici e commerciali; che tali tariffe sono basse in modo da costituire una potente barriera contro l’entrata di concorrenti e che sono economicamente sostenibili finché EdF può utilizzare in esclusiva l’energia prodotta dalle vecchie centrali nucleari già ammortizzate e per le quali si ritiene vi sia stato un implicito sussidio statale almeno per quanto riguarda i costi di ricerca, sviluppo e ingegnerizzazione. E io aggiungerei anche per il ritrattamento del combustibile esausto che rientra nelle competenze dei militari e per il decommissioning, dato che EdF, stando a quanto denuncia la Corte dei Conti, non accantona le somme che dovrebbe.

Ora è innegabile che il successo referendario del 1987 sia stato determinato dall’emotività indotta della catastrofe di Cernobyl. Ma l’uscita dell’Italia dal nucleare non è stata determinata solo dall’emotività, ma anche da precisi calcoli politici ancorché ideologici.

Vale la pena di ricordare infatti che i quesiti referendari chiave erano diretti ad abolire le norme sulla localizzazione delle centrali nucleari e i contributi a Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari, cosa che avrebbe reso impossibile trovare un Comune disposto a ospitare sul suo territorio un impianto nucleare o anche un deposito di scorie radioattive.

E’ anche il caso di ricordare, come a quell’epoca la Dc e il Pci fossero decisamente contrari ai quesiti proposti dal Partito Radicale, dal Partito Liberale e dal Partito Socialista. La prima strategia adottata dal Governo di allora contro i referendum fu quella dello scioglimento anticipato delle camere per lo stallo che si era prodotto nei rapporti tra Dc e Psi: protagonista fu Ciriaco De Mita, che decise le elezioni anticipate per rompere la convergenza di quei mesi tra i partiti laici e in particolare tra Craxi e Pannella.

Dopo le elezioni anticipate, di fronte all’appuntamento referendario, Dc e Pci, inizialmente ostili ai quesiti, si schierarono a favore del «sì». Questo repentino cambio di rotta dei due maggiori partiti derivava dalle implicazioni politiche che poteva provocare una eventuale sconfitta dello schieramento del «no» imperniato sull’asse Dc e Pci, in contrapposizione ad uno schieramento laico-progressista formato da Radicali e Socialisti.

La rilettura di quel periodo dimostra che il risultato del referendum del 1987, oltre ad essere stato frutto dell’emotività fu soprattutto figlio dell’ideologia. E’ corretto quindi affermare che quella scelta fu emotiva e ideologica.

Quello che è meno evidente è come già ora il rientro dell’Italia nel nucleare sia dovuto a un’altrettanta ondata emotiva ancorché ideologica, sapientemente pilotata da un Governo che mistifica i fatti e stimola le paure più ancestrali dei cittadini.

Ora, rispetto il 1987, la situazione si è ribaltata: gli emotivi di allora, ancorché mossi da una forte preoccupazione per le possibili conseguenze sanitarie e ambientali del fallout radioattivo, contestano il ritorno al nucleare su basi razionali e i sostenitori del nucleare implorano ora tale ritorno su basi emotive e ideologiche, quali la paura dell’aumento del costo del petrolio, l’inaffidabilità dei paesi produttori di gas naturale, la fatalità di uno sviluppo che ci porterà ad un consumo sempre maggiore di energia, l’inevitabilità che per salvaguardare il nostro pianeta e ridurre le emissioni di gas serra, si debba scegliere il male minore. Forse Chicco Testa non si è accorto che il suo sogno è già realtà e pretende ora che i “professionisti dell’informazione” assecondino le sue menzogne facendo leva sull’emotività favorevole della gente. Ne conosciamo un altro che ha deliri analoghi… ma questa è un’altra storia.

La verità è che l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili sono in forte competizione con il nucleare e i sostenitori del nucleare mentono spudoratamente quando affermano che non c’è concorrenza tra nucleare ed efficienza energetica. Questa divergenza è destinata ad aumentare per due ordini di motivi.

In primo luogo, tutte le tecnologie dell’energia distribuita, comprese le tecnologie del risparmio energetico sono destinate inesorabilmente a diventare sempre meno care per via dei grandi volumi di produzione e dei miglioramenti continui che consentono di sfornare sempre più nuovi prodotti “più risparmiosi” dei precedenti. Questo non succede per gli impianti centralizzati e soprattutto per gli impianti nucleari che storicamente tendono a costare sempre di più, in contrasto con le cosiddette “curve di apprendimento delle tecnologie”. D’altra parte dalla progettazione di un componente nucleare fino alla sua realizzazione passano talmente tanti anni che, anche quando si inventano nuovi prodotti e nuove tecnologie, non è possibile utilizzarli immediatamente e bisogna aspettare che entri in produzione una nuova filiera.

In second’ordine, il mercato sta cominciando a riconoscere i benefici ottenibili con le tecnologie distribuite, sia in termini di profitti, sia per l’elevata ricaduta che questo comporta sui livelli occupazionali a livello locale. Il risparmio energetico, la produzione distribuita di elettricità e le fonti rinnovabili in particolare, cominciano a mostrare il loro potere dirompente per sfondare barriere che fino a poco fa sembravano impenetrabili, riducendo drasticamente i costi e migliorando le prestazioni. Solo in impianti di cogenerazione, in Italia si stanno installando centinaia di impianti all’anno per una potenza di 4mila megawatt l’anno. Stanno peraltro emergendo nuove classi di tecnologie, alcune ancora immature come il solare termodinamico o le celle a combustibile alimentate a Idrogeno, che sono destinate a rivoluzionare il mercato dei trasporti.

Le previsioni di Terna sull’evoluzione della domanda elettrica in Italia, aggiornate nel novembre 2008, indicano, secondo uno scenario cosiddetto “di sviluppo”, ovvero senza l’attuazione degli obiettivi di risparmio energetico, in 415 miliardi di chilowattora il fabbisogno di elettricità e in 74mila megawatt il fabbisogno di potenza al 2018.

Ora, senza entrare nel dettaglio di quanto inciderà il tracollo economico in atto sui consumi finali e spostando in prima approssimazione al 2020 il fabbisogno indicato da Terna al 2018, gli obiettivi del “pacchetto 20-20-20” comportano che al 2020 ci sia una riduzione di consumi finali di circa 80 miliardi di chilowattora e che altri 70 miliardi di chilowattora vengano prodotti con fonti rinnovabili. Il fabbisogno integrativo con fonti convenzionali, si riduce così a 265 miliardi di chilowattora di energia elettrica e poco meno di 60mila megawatt di potenza termoelettrica convenzionale, inferiore del 30% al fabbisogno elettrico del 2009 (350 miliardi di chilowattora) e del 22% inferiore alla potenza termoelettrica lorda installata attualmente (73,3mila megawatt).

A questo punto qualcuno ci deve spiegare dove è lo spazio per costruire 4-5 centrali nucleari che dovrebbero produrre 60 miliardi di chilowattora di elettricità all’anno, come chiede Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, quando già al 2020, attuando il “pacchetto 20-20-20” rischiamo un surplus che oscilla tra il 20% e il 30%.

Quello che preoccupa è che il nostro Governo, invece di rafforzare decisamente il sostegno all’efficienza energetica e alle fonti rinnovabili, stia stipulando patti faustiani con le lobby industriali e finanziarie, promettendo contratti miliardari per realizzare una filiera nucleare, estremamente rischiosa e costosa, garantita dallo Stato, quindi con i soldi dei contribuenti.

Di fatto il Governo rallenta lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, le vere alternative pulite, per far spazio agli interessi delle lobby nucleari e questi fondi verranno sottratti al dispiegamento di uno sviluppo duraturo e distribuito sul territorio, che solo l’efficienza energetica e le vere fonti rinnovabili possono produrre.


4 agosto 2009

La Pecorella smarrita

Dopo l'appello di Roberto Saviano "L'Italia difenda la sua memoria"
Lettera ai genitori del sacerdote dal presidente Pdl della commissione ecomafie

Don Diana, le scuse di Pecorella "Non volevo offendere il prete anticamorra"

Don Diana, le scuse di Pecorella "Non volevo offendere il prete anticamorra"

L'avvocato Gaetano Pecorella

ROMA - "Se sono stato causa di amarezza o ritenete che abbia offeso la memoria di vostro figlio vi chiedo scusa. Ma le mie parole sono state travisate. Mai ho detto che vostro figlio non è stato ucciso dalla camorra né che della camorra non è stato vittima. Ho detto esattamente il contrario". Chi scrive ai genitori di don Peppe Diana è l'avvocato Gaetano Pecorella, difensore di uno dei condannati per l'omicidio del sacerdote. Scrive e chiede scusa a tarda sera l'avvocato - e parlamentare del Pdl - che in una trasmissione televisiva aveva parlato di "movente non chiaro" dell'assassinio.
Prova così a mettere fine a una polemica che, scatenata dalle sue parole, ha visto l'opposizione chiedere le sue dimissioni da presidente della commissione d'inchiesta sulle ecomafie. E scendere in campo nei giorni scorsi anche Roberto Saviano in difesa del prete "ucciso perché lottava contro i clan".
La giornata ieri era cominciata la netta presa di posizione del procuratore antimafia Pietro Grasso: "Non ci può essere polemica tra la tesi difensiva di un avvocato che parla in nome e per conto del suo cliente e l'autorità di una sentenza passata in giudicato". E soprattutto: "Basta con le insinuazioni su don Diana. Basta con le insinuazioni usate per delegittimare chi lotta e muore contro la mafia, come è stato fatto con don Puglisi o Giuseppe Falcone. Siamo purtroppo abituati alle insinuazioni che servono a delegittimare la figura morale dei nostri modelli, dei nostri esempi, delle nostre speranze di poter cambiare attraverso di loro la triste realtà ancora presente".
Figure morali, modelli, li chiama il procuratore. Per il presidente della Campania Antonio Bassolino sono eroi. "L'esempio e la memoria di don Diana sono un patrimonio collettivo della coscienza civile del nostro Paese che dobbiamo tutelare e difendere, sempre, in ogni momento. Don Peppe Diana è stato due volte un eroe, della Chiesa e dello Stato, così come attestano numerose sentenze".
Nel pomeriggio si moltiplicano gli interventi contro Pecorella. L'onorevole Pina Picierno del Pd ne chiede le dimissioni da presidente della commissione Ecomafie, come Pino Sgobio, del Pdci, che invita anche i ministri della Giustizia e dell'Interno "a pronunciare parole definitive su questa incredibile e assurda vicenda".
A fare da mediatore ci prova Davide Parenzo, nella cui trasmissione Iceberg, su Telelombardia, Pecorella pronunciò le "frasi incriminate" durante un'intervista. "Conosco Pecorella da anni e non credo fosse in alcun modo sua intenzione infangare la memoria di un grande uomo come don Diana. Mi piacerebbe avere Saviano e Pecorella insieme a raccontarci come si combatte la criminalità organizzata". In serata la lettera di scuse.

29 luglio 2009

Non solo facebook

9 maggio 2009

9 maggio




23 aprile 2009

Propaganda




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11 aprile 2009

Buona Pasqua




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26 febbraio 2009

Dario Fo... Morte ai fanatici ambientalisti

PROPRIO ieri 24 febbraio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato a camere riunite il suo progetto riguardo la produzione di energia e ha specificato che la produzione sarà pulita e rinnovabile. Inoltre, ha annunciato la quota di denaro che lo Stato americano ha intenzione di stanziare a cominciare da subito. Ha aggiunto: "Il nostro primo obiettivo è quello di riuscire ad abbattere drasticamente l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra".

Il giorno stesso, a Roma, il nostro primo ministro Berlusconi firmava un accordo per attuare nel nostro paese l'impianto di ben quattro centrali nucleari di terza generazione, e non ha assolutamente parlato dei problemi di riscaldamento globale. Segnaliamo a questo proposito che l'inquinamento della città di Milano per ben 35 giorni sui 55 dall'inizio dell'anno ha superato il livello di inquinamento atmosferico, raggiungendo i 171 microgrammi di polveri sottili, contro i 50 del limite europeo. Ma il Governo italiano e il Comune di Milano non fanno una piega.

Tornando al nucleare, Berlusconi ci dà notizia dell'avvenuto accordo sfoderando un sorriso compiaciuto. E aggiunge che finalmente si è "abbattuto il fanatismo ecologico di una parte politica che già vent'anni fa ci aveva impedito di terminare la costruzione di due nuove centrali". Quindi si torna al nucleare? Ma come, ci siamo battuti tanto, il 70% degli italiani nel referendum sulle centrali ha votato contro, e lui ci definisce in massa fanatici dell'ecologia? E specifica che quello nucleare è un metodo ormai controllabile e sicuro. Ma come sicuro? Silvio, ti sei scordato che non più tardi dell'anno scorso in Francia succedeva un disastro: dall'impianto nucleare più importante della nazione, fuoriuscivano scorie tossiche che colpivano dieci operai. "Ma, calma!" dice il ministro francese, "degli operai sono stati colpiti dalle esalazioni, è vero, ma solo leggermente". Cosa significa "leggermente"? Significa che i danni procurati alla salute di quei dipendenti sono insignificanti: gli son diventati i capelli un po' azzurri, gli occhi fluorescenti e la pelle leggermente squamata. Qualcuno ha anche le branchie, ma gli stanno bene.


Ma io mi chiedo, questo nostro presidente è disinformato naturale o ha studiato per diventarlo? Nessuno gli ha detto che, a parte il pericolo continuo di disastro tipo Chèrnobyl, per il nucleare esiste il problema delle scorie? E che noi, in Italia, per il solo fatto di aver messo in funzione un paio di centrali nucleari cinquant'anni fa, ancora oggi abbiamo scorie che non sappiamo dove sbattere? E lo stesso accade anche in Francia, Il presidente ha dichiarato che entro il 2020 da noi sarà già attiva la prima delle quattro centrali previste. Ma quel cervello incandescente di governante sa cosa costa montare una centrale nucleare? In Finlandia ne stanno costruendo giusto una di ultima generazione. Avevano previsto che sarebbe costata un miliardo di euro, ma a metà percorso si sono accorti che il miliardo previsto s'era raddoppiato, due miliardi. Ora i responsabili della centrale, gente preparata e onesta, hanno avvertito che il valore dell'energia che riusciranno a produrre con quella loro centrale non riuscirà a coprire neanche la metà dei costi di fabbricazione ed impianto. Non solo, ma che la perdita aumenterà a dismisura quando, fra una ventina d'anni, come di norma, dovranno smontare tutto l'impianto e preoccuparsi di imballare ogni elemento dentro un enorme container in cemento armato, e poi andare a sistemarlo in uno spazio scavato nella roccia a un minimo di dieci metri sotto il livello del suolo.

E il nostro presidente, sempre lui, Silvio Eta Beta, assicura che l'energia nucleare è la più economica e produce ampi vantaggi e viene smentito immediatamente da ogni scienziato onesto e informato che lo sbeffeggia: "Ma che dici, Eta? Attento a te, i reattori funzionano solo grazie all'uranio arricchito. Ora devi sapere che negli ultimi anni il prezzo di questo propellente è aumentato di addirittura sette volte, per la semplice ragione che le riserve stanno per finire; e giacché il governo italiano ha appreso che per soddisfare l'intiero bisogno della nazione si dovrebbero realizzare, sul vostro territorio, almeno sessanta centrali dell'ultima generazione, dove andate a sbattere? Vi è sfuggito il particolare che per raggiungere questo numero abbisognano almeno trent'anni, con una spesa da fantascienza? E poi c'è il guaio che proprio in ragione dell'enorme numero di centrali che ogni paese cosiddetto civile ha in programma di costruire, entro quindici anni di uranio fruibile non ce ne sarà più e allora con cosa le fai andare le sessanta centrali, con le noccioline? O col popcorn?! E poi, cervellone mio, ci spieghi in quale zona o territorio hai in mente di costruirle queste centrali? Nessuno ti ha detto che l'Italia è un paese a forte incidenza tellurica? E che dal nord al sud più profondo non c'è luogo dove sia pensabile montarci un impianto nucleare? L'unico sicuro sarebbe Roma, anzi il Vaticano è proprio il punto ideale... io insisto e firmo per una soluzione del genere




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26 gennaio 2009

la città è un luogo d'incontro?


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27 dicembre 2008

Fossati su De Andrè

Il calcio, la tv. L’altro fabrizio sapeva godersi le giornate di «bonaccia»



Non vado pazzo per le celebrazioni, le beatificazioni, le rievocazioni. Normalmente ne sto lontano, perché considero sacrosanto solo il ricordo strettamente personale dei fatti e delle persone. Quello, per intenderci, che si conserva da soli, in silenzio. Ma certo si può ammettere qualche legittima deroga a tutto questo. Fabrizio De André è stato ricordato e celebrato, forse ogni singolo giorno dal momento della sua scomparsa, come non era accaduto prima a nessun grande artista italiano. Questo testimonia il vuoto tangibilmente grande che ha lasciato nel cuore e ancor più nel bisogno di conforto dei molti che lo hanno amato. Piccole e grandi celebrazioni avvenute un poco dovunque in giro per l’Italia. Tributi sempre più o meno accorati e a distanza di dieci anni non ancora liberati del tutto dall’ombra accompagnatrice del rimpianto. Perfino la sorpresa, per la perdita di quell’uomo così discreto ma così presente nella storia dei sentimenti di questo Paese, si è fatta sentire fino all’ultimo, cioè fino a oggi. Così le celebrazioni sono state spesso vagamente lacrimose.

La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie, delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate. Merita soprattutto di sfuggire all’aneddotica prêt à porter cui vengono fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c’erano, si moltiplicano a dismisura.

«Fabrizio oggi è di tutti» dice Dori Ghezzi con tollerante senso della realtà. Purtroppo nessuna seriosissima esegesi, nessuno scandagliamento della sua opera ci restituisce la complessità, o se si preferisce, la completezza del carattere di De André. Così, personalmente, ho più cara nei miei ricordi la parte di lui che lo faceva «parlare basso», da buon genovese a un altro genovese. Niente lessico da libro stampato, nessun massimo sistema, ma frequenti risultati di partite di calcio. Il Genoa. E magari qualche gioioso apprezzamento per rotondità muliebri fuggevolmente offerte da programmi tv di taglio basso. Garbato e sornione s’intende, in salsa fredda, alla ligure. Un mondiale di calcio, il festival di Sanremo, le televendite. Qualche lieve ubriacatura. Un po’ di birre a Sestri Levante per festeggiare il testo di «A Cimma», che ci era sembrato irraggiungibile. E improvvisamente le ginocchia di tutti e due che non reggono più per tornare a casa. Perché non erano più gli anni settanta. Era questo un De André «semplificato» che la gente avrebbe amato e compreso ancora di più, se è mai possibile. Le leggerezze dette a piena bocca umanizzano. Sono un dono che il cielo fa agli uomini di grande intelligenza, i quali se vogliono ne usano, come per cercare riposo. Alcuni che idealizzano e rendono monumentali uomini e artisti, secondo un’immagine che non ammette imperfezioni, non capirebbero.

Fabrizio era vitale e come ogni persona del suo tipo era capace di scarti improvvisi, di spiazzamenti all’interno del suo stesso essere. Figurarsi all’esterno, cioè stargli vicino. Giornate intere di bonaccia, calma quasi piatta, e poi improvvise scosse elettriche con rincorse verso l’alto o verso il basso. In alto lo spirito filosofico e in basso il fondo dei garbugli umani. Secondo l’umore, secondo la giornata. Troppo terribilmente intelligente per definirlo un buono. Ma quest’ultimo era il Fabrizio che preferivo. Invece il grande artista, quello come tutti se lo sarebbero aspettato, lo conoscevo bene. Ero stato un suo ammiratore molto prima che un suo amico. A poco più di vent’anni avevo letteralmente consumato sul piatto del giradischi «Non al denaro, non all’amore, né al cielo» e «Storia di un impiegato».

Tenevo in considerazione quei due album al pari di quelli di Jimi Hendrix o degli Stones. Nessuna differenza. Come se la musica di Fabrizio fosse arrivata anch’essa dall’America, da Plutone o da un pianeta ancora più lontano, sul quale fosse lecito scrivere canzoni in italiano. L’eroe che aveva tradotto in musica «Spoon River», allontanandola dalla noia delle antologie scolastiche lo conoscevo già. Ora a distanza di anni, durante la scrittura di «Anime salve» mi piaceva di più passare quei lunghi pomeriggi piemontesi con un Fabrizio quieto e sorridente, accovacciato a terra davanti a un apparecchio radio degli anni sessanta, in attesa dei risultati delle partite di calcio, la domenica pomeriggio.

«Il Genoa, il Genoa, cos’ha fatto il Genoa»? Ma la sua squadra del cuore non brillava granché in quel periodo. Forse questo decennale e la grande mostra che si inaugura a Genova non faranno di Fabrizio De André un immobile monumento. Forse a Genova la marea di gente che gli vuole bene potrà servirsi da sé a piene mani e ubriacarsi di dati, ricordi e racconti digitali. In mezzo a tutte quelle immagini io dico che dovrà essere come un prolungato abbraccio festoso. Senza più ombra di rimpianto. Anche per via di quella gioia che infonde, soprattutto nei ragazzi, il poter rovistare navigando nella tecnologia. E la tecnologia risponde nell’unico modo che sa: raccontando perfettamente il passato, ma con la voce del futuro.

di IVANO FOSSATI
27 dicembre 2008

10 dicembre 2008

Torna...uno Speciale

24 novembre 2008

Pausa... scacchi!

11 novembre 2008

Buonasera Chicago!

“Buonasera Chicago!
Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita del fatto che l’America sia il posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri sia vivo oggi, che ancora si interroga sul potere della nostra democrazia, stasera ecco la risposta. E’ la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili...”


Barack Obama
Barack Obama
Ora l’ipocrisia si spreca. Tutti rivendicano a sé il cambiamento, come se questo potesse avvenire a prescindere dai contenuti dei quali Barack Obama è portatore. Ma questo ci racconta della disonestà intellettuale di quanti in questi anni non hanno fatto altro che rincorrere i neoconservatori americani nelle tragiche avventure militari all’insegna dello “scontro di civiltà”, nell’unilateralismo che ha fatto a pezzi il diritto internazionale, nella religione del mercato che ha portato al delirio di una finanza internazionale diventata un grande casinò nel quale si scommette anche sull’andamento del prezzo del grano (ovvero sulle carestie) e che ha trascinato l’economia mondiale su una china rovinosa, nell’odiosa affermazione che il proprio sistema di vita non è negoziabile con l’esito di andarsi a prendere le risorse dove ci sono usando ogni mezzo ed ignorando che questo pianeta ha già superato da tempo il limite della sostenibilità.

Il 5 novembre il mondo si è svegliato diverso. Forse non ancora nel concreto della vita di milioni di persone alle prese con la sopravvivenza, forse non ancora per chi ha vissuto l’inizio di questo nuovo secolo fra scenari di guerra e cumuli di immondizie, forse non ancora per chi si è ritrovato senza i risparmi di una vita per effetto di una bolla finanziaria che prima o poi era destinata a scoppiare… Ma non v’è dubbio che dagli Stati Uniti oggi ci arriva un messaggio diverso, di cambiamento, ed il cambiamento non è solo nell’avvicendamento di un presidente, è in ciò che Obama rappresenta e nelle idee che hanno fatto da sfondo alla sua lunga campagna elettorale e che oggi, con il loro affermarsi, aprono una nuova speranza globale.

Il fatto che gli Stati Uniti abbiano eletto per la prima volta un presidente afroamericano è in sé un messaggio a tutto il pianeta. Quando in Europa ritornano i fantasmi del razzismo e si sdoganano gruppi di destra che parlano di Hitler e Mussolini come grandi statisti, l’elezione di un uomo il cui nonno era un pastore keniota, non può che infonderci speranza.

Ma il cambiamento rappresentato dalla elezione di Barack Obama è forse ancora più significativo sul piano dei contenuti che segnano la fine di un’era e dell’incubo che ha portato con sé, quello della “guerra infinita”. Di quella logica che ha riempito il mondo di inquietudine e di paura, di inclusione ed esclusione, nella quale il nemico era ed è quello che ci insidia più da vicino, che ha portato la gente a vivere con le unghie fuori, sostituendo l’aggressività al sorriso, considerando l’altro e la sua diversa identità in sottrazione piuttosto che in ascolto.

Un incubo dal quale l’Europa non sa ancora risvegliarsi. E così, di fronte ad un mondo sempre più interdipendente, le paure diventano rancore, e il rancore progetto politico.

Anziché cavalcare quelle paure, tanto i fantasmi agitati strumentalmente da qualcuno per fini elettorali quanto l’inquietudine verso un futuro che appare incerto, la lezione che ci viene dagli Stati Uniti d’America ci indica un’altra strada, diversa da quella dell’illusorio chiuderci in una fortezza a difesa di quel che abbiamo, ma all’incontrario della necessità di aprirci avendo il coraggio di affrontare le questioni che oggi si pongono in ogni parte del pianeta che riguardano il futuro di tutti noi, a partire dalla semplice constatazione che siamo parte – per usare la bella espressione di Edgar Morin – di una comunità di destino terrestre.

Sono due visioni, a cui corrispondono due risposte diverse. Altro che tutti uguali.

Michele Nardelli
(fonte www.unimondo.org)

11 novembre 2008

Omaggio di Saviano a Miriam Makeba


Cosa è il blues?, si chiede lo scrittore afroamericano Ralph Ellison. Il blues è quello che i neri hanno al posto della libertà. Dopo aver saputo della morte di Miriam Makeba, mi è subito venuta in mente questa frase. Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno avuto al posto della libertà: è stata la loro voce. Nel 1963 ha portato la propria testimonianza al comitato contro l'apartheid delle Nazioni Unite. Come risposta il governo sudafricano ha messo al bando i suoi dischi e ha condannato Miriam all'esilio. Trent'anni d'esilio.
Da quel momento la sua biografia si è fatta testimonianza di impegno politico e sociale, una vita itinerante, come la sua musica vietata.
Nelle perquisizioni ai militanti del partito di Nelson Mandela vengono sequestrati i suoi dischi, considerati "prova" della loro attività sovversiva. Bastava possedere la sua voce per essere fermati dalla polizia bianca sudafricana. Ma la potenza delle sue note le conferisce cittadinanza universale fa divenire il sudafrica terra di tutti. E soprattutto l'inferno dell'apartheid un inferno che riguarda tutti. Negli anni Sessanta, approdata negli Stati Uniti, Miriam Makeba si innamora di Stokley Carmichael, leader delle Pantere Nere e i discografici in America le cancellano i contratti, perché Mama Africa non combatte con i mezzi della militanza politica ma con la voce. E questo fa paura. Lei arriva alla gente attraverso la sua musica, attraverso successi mondiali come Pata Pata che tutti ballano, che piacciono a tutti, con una forza dirompente e vitale che il governo dell'apartheid come i razzisti di tutto il mondo non sanno come arginare o combattere.

Così, a 76 anni, è venuta a cantare persino in un posto che sembra dimenticato da dio, dove persone solerti hanno organizzato un concerto per portare un po' di dignità a una terra in ginocchio. E l'altra sera mi hanno chiamato di notte. Checco che aveva seguito l'organizzazione del concerto, mi ha detto che Miriam Makeba non si sentiva bene, "ma la signora vuole cantare lo stesso, vuole il tuo libro nell'edizione americana nel camerino, Robbè, è tosta!". Quando mi avevano detto che Miriam Makeba aveva accettato di cantare a Castel Volturno nel concerto in mia vicinanza che chiudeva gli "Stati generali della scuola del Sud", al primo momento stentavo a crederci. Invece lei che per anni aveva lottato e aveva viaggiato cantando per tutta l'Africa e il resto del mondo, voleva venire anche in questo angolo sperduto dove quasi due mesi prima c'era stata una strage di sette africani. Ché per lei erano africani, non ghanesi, ivoriani o del Togo.
In questa idea panafricana che fu di Lumumba e che mai come oggi sembra per sempre purtroppo sepolta. Mama Africa si è esibita a pochi metri da dove hanno ammazzato l'imprenditore Domenico Novello, un morto innocente, nativo di queste terre, che invece è morto solo, senza partecipazione collettiva, rivolta, fratellanza. La morte di Miriam Makeba, venuta a portarmi la sua solidarietà e testimoniarla alla comunità africana ed italiana che resiste al potere dei clan, è stato per me un enorme dolore. Enorme come lo stupore con cui ho accolto la dimostrazione di passione e forza di una terra lontana come quella sudafricana che già nei mesi passati mi aveva espresso la sua vicinanza attraverso l'arcivescovo Desmond Tutu. Invece, grazie alla loro storia, persone come Tutu o come Miriam Makeba sanno meglio di altri che è attraverso gli sguardi del mondo che è possibile risolvere le contraddizioni, attraverso l'attenzione e l'adesione, il sentirsi chiamati in causa anche per accadimenti molto lontani. E non con l'isolamento, con la noncuranza, con l'ignoranza reciproca.
Il Sudafrica vive una pressione dei cartelli criminali enorme, ma i suoi intellettuali e artisti continuano ad essere attenti, vitali e combattivi. Desmond Tutu stesso definì il Sudafrica "rainbow nation", nazione arcobaleno, lanciando il sogno di una terra molto più varia e ricca e colorata di un semplice ribaltamento di potere fra il bianco e il nero. Miriam Makeba era e rimane la voce di quel sogno. Se c'è un conforto nella sua tragedia si può dire che non è morta lontano. Ma è morta vicina, vicina alla sua gente, tra gli africani della diaspora arrivati qui a migliaia e che hanno reso propri questi luoghi, lavorandoci, vivendoci, dormendo insieme, sopravvivendo nelle case abbandonate nel Villaggio Coppola, costruendoci dentro una loro realtà che viene chiamata Soweto d'Italia. È morta mentre cercava di abbattere un'altra township col mero suono potente della sua voce. Miriam Makeba è morta in Africa. Non l'Africa geografica ma quella trasportata qui dalla sua gente, che si è mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero pure, la rabbia della fratellanza.
(Copyright 2008 by Roberto Saviano Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)

7 novembre 2008

Pericoloso

Lascio all'articolo di G.A. Stella la mia indignazione...

Dai «cinesi bolliti» alle corna
Le battute di Silvio l'Incompreso

La gag su Rasmussen, Veronica e Cacciari. I finlandesi indignati per la leader «sedotta»

Convinto che grazie a lui l'Italia sia «il Paese più simpatico del mondo», Silvio Berlusconi si è lanciato ieri in una delle battute che lo fanno ridere assai. E nella scia dell'astuta diplomazia internazionale di due ministri come Umberto Bossi e Roberto Calderoli che da anni chiamano i neri «bingo bongo», ha ieri salutato Barack Obama come uno «che è anche bello, giovane e abbronzato».

Come prenderà la cosa il prossimo presidente americano, al quale il nostro premier si era già offerto di «dare consigli» come usavano i barbieri col «ragazzo spazzola» non si sa. È da quando era piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere: «cioccolato», «carboncino», «palla di neve»... Non ci avesse fatto il callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Certo, se il Cavaliere voleva «sdrammatizzare» il primo commento del «suo» capogruppo al Senato Maurizio Gasparri dopo l’elezione («Al Qaeda sarà contenta») non poteva scegliere parole più eccentriche. Fatti i conti col contesto internazionale, è probabile che Obama farà spallucce: boh, stupidaggini all’italiana. Da prendere così, come le barzellette da rappresentanti di aspirapolvere sui lager, i malati di Aids, i froci... L’importante è non prendere sul serio chi le racconta. Esattamente quello che hanno fatto, in questi anni, molti dei protagonisti della scena mondiale. Spesso spiazzati dalle sortite di un uomo che secondo Giuliano Ferrara è «un’opera pop».

Nessuno è mai stato stato così contento di se stesso e così spesso «incompreso» sulla scena mondiale. Basti ricordare quando disse al parlamento europeo che avrebbe proposto a un amico che girava un film sui lager nazisti di dare al socialista Martin Schulz la parte del kapò. Gelo in aula. Interrotto dopo lo stupore da urla d’indignazione. E lui: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l’intero Parlamento. Un’osservazione di venti secondi poiché volevo allentare l’atmosfera... La vicenda è stata enormemente gonfiata dalla sinistra». In realtà, spiegò, «in Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle...». E a quel punto si incazzarono ancora di più gli ebrei. Che difficile, farsi capire... Non lo capirono i ministri degli Esteri europei quando a una riunione a Caceres fece le corna a un collega durante la foto ufficiale: «Volevo far ridere un simpatico gruppo di giovani boy-scout». Non lo capirono i giornalisti russi il giorno che, già ustionati dal numero di cronisti assassinati a Mosca, restarono basiti per il modo in cui reagì alla domanda di una giovane reporter che aveva osato chiedere a Putin se avesse una relazione con una gentile signorina: fece finta di imbracciare un mitra e di dare una sventagliata. Non lo capì il danese Rasmussen quando spiegò che «è anche il primo ministro più bello d’Europa... Penso di presentarlo a mia moglie, perché è molto più bello di Cacciari... Secondo quello che si dice in giro... Povera donna».

E poi non lo capì il giornalista del Times: «Nel bel mezzo del discorso di Chirac in Canada, Berlusconi si è alzato e ha cominciato a distribuire orologi agli altri leader, con un delizioso sprezzo politico». Non lo capirono i palestinesi quando ammiccò: «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivù per la striscia di Gaza, gli manderò "Striscia la notizia"». E non lo capì il cronista del giornale russo Kommersant durante la visita di Berlusconi e Putin allo stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi ad un gruppo di operaie. Poi rivolto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia».

Che male c’è? È estroso. Macché: non lo capiscono. Come quella volta che spiegò: «Mi accusano di aver detto che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». Non l’avesse mai fatto! Immediato comunicato del ministero degli Esteri cinese: «Siamo contrariati da queste affermazioni infondate. Le parole e le azioni dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra la Cina e l’Italia». Uffa, era una battuta... Sul cibo, poi... «Rimpasto? No, grazie, non mi occupo di paste alimentari... Poi, dopo la visita in Arabia Saudita, mangio solo riso in bianco...». E si indispettirono i sauditi. Uffa, che permalosi... Il massimo lo diede sulla sede dell’agenzia alimentare europea che rischiava di finire a Helsinki: «Parma sì che è sinonimo di buona cucina, mentre i finlandesi non sanno nemmeno cos’è il prosciutto. Come si può pensare di collocare questa agenzia in un Paese che forse va molto fiero della renna marinata o del pesce baltico con polenta? Per portare l’Agenzia a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy con la presidente finlandese Tarja Halonen». Ed ecco l’incidente diplomatico. Con tanto di protesta ufficiale e convocazione dell’ambasciatore italiano: come si permetteva? Immediata rappresaglia delle associazioni dei produttori finlandesi: «Non compreremo più vini e oli italiani». E lui: «Ho fatto solo una battuta di galanteria. C’è una mancanza di sense of humour...». In fondo si tratta di strategia internazionale. «Cazzeggio strategy», diciamo. Mica le capisce, certe reazioni. Lui, quando a un vertice è saltata fuori la storia che è bassotto mica se l’è presa. Si è tolto una scarpa, l’ha messa sul tavolo e l’ha mostrata a tutti: «Visto? Non ce li ho i tacchi alti. È che mi dipingono così».

Gian Antonio Stella

5 novembre 2008

The President

2 novembre 2008

Torniamo tutti a studiare


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10 ottobre 2008

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana

"Conosco bene il problema della corruzione... Io smisi di costruire a Milano, perché a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l'assegno in bocca... Questo, per fortuna, avveniva molti anni fa" (Silvio Berlusconi - imprenditore ???)

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